Maschere

Il concetto di maschera mi ha sempre affascinato. Da quando, per la prima volta, la mia prof.ssa al ginnasio me ne ha parlato a proposito di Pirandello. La maschera è il ruolo che ognuno di noi si cucisce addosso volta per volta, durante il giorno, a seconda delle persone che ha intorno e delle situazioni che deve affrontare. Non c’è nessuno, a parer mio, che sia se stesso in ogni occasione. Non è facile rivelarsi agli altri: paura di non essere accettati, paura di deludere, paura all’apertura… molti sono i motivi che possono spingere ad adottare una maschera. Molte volte la si indossa addirittura per abitudine, perchè ve bene così, perchè alla fine ci fa comodo essere protetti da noi stessi che, forse, siamo il nostro nemico più grande.

Ecco perchè nella maggior parte dei casi, prima di essere avventati, bisognerebbe sospendere il giudizio sulle persone che ci stanno attorno. Almeno fino a che non saremo abbastanza (non potremo mai esserlo del tutto) certi del carattere e dell’indole della persona in questione. Tuttavia continuiamo a sbagliare, consapevoli di quanto appena scritto. Più forte di noi, è più forte di noi la voglia di giudicare, la voglia di classificare scientificamente e in modo sistematico, come se avessimo una soluzione per tutto e per tutti, come se conoscessimo l’animo umano come le nostre tasche. E invece, a volersi guardare bene dentro, forse non conosciamo neanche noi stessi troppo abituati come siamo a vederci come attori sul palcoscenico piuttosto che davanti ad uno specchio, nudi, di fronte a noi stessi.

E poi si parla di coerenza, si guarda “la pagliuzza nell’occhio dell’altro senza notare la trave nel nostro”…
tutto questo mi disgusta, e non può fare altro che ripugnarmi. Ma nella realtà  tutto è diverso, nulla è come nelle favol: i cattivi vincono sempre ed i buoni (o, per lo meno, quelli in buona fede) se lo pigliano sempre in quel posto.

E fa male anche l’ultima volta tanto quanto la prima.

Non imparerò mai.

Romeo e Juliet

Paolo Rossi

Ho deciso di metterlo in scena mischiando attori, diciamo così, professionisti con attori scelti all’ultimo momento nel foyer tra il pubblico, dopo un esperimento fatto nel corso di un seminario a Modena. Non è stata, quindi, solo un’idea concepita a tavolino per stupire, anche se il primo a stupirsi che funzionasse sono stato io. A qualcuno sembrerà strano, ma dietro questo spettacolo a metà tra l’animazione da Club Med e la rappresentazione da Commedia dell’Arte , c’è un minimo di percorso teorico. Io non so se il teatro è morto e comunque, se è morto, spero di non essere stato io ad ammazzarlo. Quello che penso è che il teatro si trasforma e ho sempre cercato di dare un mio piccolo contributo perché questa trasformazione tenesse conto delle forme povere e popolari di rappresentazione.
Se il teatro non è morto, l’attore invece, mio malgrado, ha le ore contate. Anche questa, credetemi, non è una notizia a sensazione. No non sto dicendovi: venite a vedermi prima che sia troppo tardi! Mai stato così bene! È proprio il ruolo dell’attore che non ha più senso! Per questo ho deciso di lavorare col pubblico! Per motivare questa scelta non mi avventurerò in dissertazioni sulla voglia di protagonismo che pervade i nostri simili e che fa si che, qualcuno per esempio, pur di andare in televisione, sia disposto ad abbandonare i figli in autostrada e a tenersi il Pit-bull sul cruscotto! Perché non è questo che oscura il ruolo dell’Attore, quello con l’enfasi maiuscola.
No, quello che sta uccidendo quell’Attore, è la necessità che tutti noi abbiamo per sopravvivere, di recitare nella vita quotidiana, ventiquattro ore su ventiquattro, una quantità esagerata di ruoli. Viviamo nella società dello spettacolo dove se proprio non puoi essere almeno devi sembrare all’altezza della situazione. Quindi cosa c’è di meglio di fare finta. Prendiamo uno qualsiasi di noi: Si alza alla mattina: recita il ruolo del marito ideale, del bravo papà diviso tra la fretta per il ritardo e l’iconografia pubblicitaria dei biscotti preferiti in famiglia. Poi in ufficio: efficiente, disponibile coi capi, fermo coi sottoposti, ma tutto senza perdere dignità. Poi la mensa: un po’ goliardica coi colleghi, battutina pesante alla segretaria più chiacchierata, al caffè si torna al ruolo precedente. Pomeriggio: al lavoro, ma meno efficiente. Meno disponibile, assolutamente più stronzo coi sottoposti. Alle sei, si esce dall’ufficio: aperitivo, qualche pensiero, secondo aperitivo, qualche rimpianto, terzo aperitivo, ubriaco perso! Momento trasgressivo: amante o simili! Ricomponiamoci: a casa, fatto tardi in ufficio, bambini come stanno, telegiornale, favola al più piccolo, a letto, bacino, buonanotte! Adesso ditemi voi se uno, o una, così bravi, che tutti i giorni interpretano dieci, quindici ruoli così difficili, devono venire a teatro, trovare parcheggio, fare la coda e pagare per vedere uno come me che fa un ruolo solo e tutte le sere lo stesso! Abbiamo le ore contate! A proposito ci ho ripensato: venite a vedermi in fretta, prima che il mio posto lo prenda il mio vicino di casa!