Riflessione di un consigliere al primo mandato
Riporto la lettera scritta da un consigliere comunale (Verona) al suo primo mandato. Questa lettera non è stata pubblicata dal Corriere che aveva promesso di farlo, così, se siete d’accordo con quanto scritto, invito voi a diffondere queste idee.
Verona, 17 luglio 2007
Con vigile attenzione seguo sulla stampa le numerose iniziative di Flavio Tosi,volte a garantire la immediata realizzazione di quanto propagandato in campagna elettorale.
Niente da eccepire sul tempismo e sulla determinazione del Sindaco che, fin dalle prime battute del suo mandato, sta intervenendo in tema di sicurezza e di ordine cittadino: segno, questo, di un’amministrazione che si presenta efficiente e garante del proprio corpo civico.
Sollevo invece preoccupata perplessità sull’iter applicativo dei suoi interventi nella speranza che la prassi fin ad ora adottata non sia destinata a diventare una consuetudine di cui dover prendere amaramente atto e con cui dover convivere durante l’intero mandato amministrativo.
Chiarisco subito: se è vero che il sindaco neoeletto ha mantenuto le deleghe per le politiche dell’integrazione e dell’immigrazione, della sicurezza e degli affari legali e che, quindi, a riguardo delle discipline suddette può emanare direttamente ordinanze nel rispetto della normativa vigente, è pur vero che coinvolgere il consiglio comunale, almeno in via informativa, sui provvedimenti, anche urgenti, da adottare, rifletterebbe l’idea di una democrazia partecipata che non inficia le decisioni, ma sa trarre dal confronto il beneficio di una pluralità di vedute per la stesura e l’articolazione delle iniziative e dei provvedimenti stessi.
Rattrista invece vedere che il sindaco scelga continuamente o solamente la via mediatica per comunicare i suoi interventi, eludendo in consiglio comunale la concreta condivisione di un progetto amministrativo.
Escludendo quella di insediamento, nelle due successive sedute consiliari non la presenza del sindaco, fatta eccezione per una fugace apparizione; non la presenza o la permanenza del vicesindaco rimasto in Sala Gozzi pochi minuti, giusto il tempo per rispondere, a volo, a una delle domande di attualità sollevate dall’opposizione; estemporanee e spesso limitate le presenze dei membri della giunta ( a chi, dunque rivolgere domande e provocazioni?); non una parola sulla linea dei provvedimenti stesi sulla carta, non un cenno agli interventi in atto, a fronte, invece, di un’insistente presenza di sindaco e assessori sulle tv locali e nazionali, sulle pagine dei quotidiani.
Riconosco che si tratta di prime impressioni, ma spesso «il buon giorno si vede dal mattino» e la saggezza popolare raramente viene sconfessata.
Sono Consigliere di minoranza, di una minoranza netta, decisamente messa all’angolo da una maggioranza blindata che ha già ha fatto prevalere gli ordini di scuderia sulla libertà di vedute del singolo (e chi ha seguito le vicende delle due sedute consiliari sa a cosa mi riferisco).
Sono al primo mandato amministrativo, una “remigina”, come detto scherzosamente in altra occasione; mi stupisco e mi indigno di fronte a convenzioni e “giochi”della politica a me estranei.
Pertanto- mi si obietterà - a che serve “porre nel mezzo” le questioni? A che serve dire in consiglio quanto comunque non correrebbe il rischio di alcuna smentita vista la larga maggioranza? A che serve informare? Inutile intralcio ai tempi delle sedute consiliari, già ricche di ordini del giorno più urgenti (ma finora il consiglio ha approvato solo delibere di interventi della passata amministrazione).
Certamente mi si potrà obiettare che l’ordinanza è prerogativa del sindaco, che le azioni sono discusse con le autorità competenti e che egli agisce in linea con la normativa che regola le funzioni spettanti al primo cittadino.
Certamente mi si potrà obiettare che coinvolgere il consiglio comunale è assolutamente superfluo ai fini pratici, che l’importante è dare l’immagine di un’ amministrazione agile, determinata nelle scelte e che non perde tempo in chiacchiere…
Certamente mi si potrà obiettare che al sindaco interessa la gente: la legittimazione del suo operato viene da lì, da quel sessanta per cento e oltre di persone che gli ha accordato la fiducia, in ragione forse, oltre ai mille motivi, di un vuoto di autorità che il paese intero sta avvertendo in questi tempi di malessere della politica sia di destra che di sinistra.E sia chiaro: io non sono per la tiepidezza o il procrastino delle scelte ( questa impronta mi viene dal carattere e dalla professione che svolgo…) ma sono per una lucidità d’azione che richiede lettura profonda e perché no, plurale, di fenomeni complessi: senza confondere l’autorità con l’autorevolezza delle scelte, l’intervento efficace e duraturo con le manovre affrettate che guardano all’immediato successo, ma non lasciano intravedere soluzioni definitive.
Perciò, nella consapevolezza delle urgenze e delle priorità che si è data questa amministrazione, io voglio parlare della necessità di un tempo “inutile” che tanto vale per la democrazia in cui tutti, mi auguro, crediamo e su cui vorremmo fondare le nostre scelte anche amministrative. Questo tempo “inutile” è il tempo della condivisione, del confronto, nel rispetto degli Istituti e degli Organi che lo Stato italiano si è dato, quando uscendo da uno dei periodi più complessi e bui della sua storia, ha steso la Costituzione, quella su cui anche il sindaco Tosi ha posto la mano giurandovi fedeltà .
È su questi valori e principi che si fonda «la gara utile alla città », ove «gara», per il poeta Sofocle, è la preziosa, democratica lotta politica tra forze che si misurano nella diversità di vedute, di statuti ideologici, culturali, senza falsi pre-giudizi, senza calunnie, senza slogan urlati, segno di prepotente debolezza, più che di ragionevole capacità .
C’è un’immagine, che vorrei regalare al sindaco, certa che un rimando alla classicità senz’altro gli farà piacere, visto che sembra recuperare volentieri la sua formazione citando, nelle interviste, qualche massima latina.
Scomodo gli antichi e attingo allo scrigno poetico di Fedro rispolverando la favoletta della montagna e il topolino, ormai entrata nell’immaginario di tutti noi, per dire che a grandi attese spesso, tristemente, non fanno eco sostanziali risposte: e mi auguro che a fine mandato l’azione complessiva della nuova amministrazione smentisca questa mia primitiva percezione delle cose.
Facendosi più attenta al confronto essa non si attardi solo su scelte che riguardano il quotidiano (i panini per strada, le lucciole, i Rom di Boscomantico, i Vu Cumprà …) ma risponda con altrettanta celerità , e, soprattutto, apertura di idee, alle macroattese in ambito culturale, economico, finanziario, di una città di respiro europeo e internazionale qual è Verona .
La nota favoletta recita così: «Una montagna nel travaglio del parto emetteva gemiti mostruosi, e in ogni parte del mondo l’attesa era enorme. Ma quella partorì un topolino».
«…at ille murem peperit, ma quella partorì un topolino»: possa davvero essere smentita in questo mio azzardato paragone, e se ce ne sarà motivo, non esiterò a riconoscere i miei errori di valutazione.. magari ancora a suon di qualche altra antica favoletta.
Non me ne voglia, il sindaco, ma nel gioco di richiami alla classicità accetto volentieri la sfida, consapevole, almeno in queste consultazioni, di uscire vincente.Orietta Salemi
Fiore
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Buon Anno/a!










